P3: Verdini, mai saputo nulla di associazione

ROMA – “Non ho mai saputo nulla né conosco le attività e le finalità, né sono mai stato contattato da qualcuno”. Così il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, in una conferenza stampa, ha replicato alle accuse di un suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla P3. Verdini ha sottolineato di trovarsi in una situazione “paradossale” in quanto indagato nonostante, ha ribadito, “non ho mai saputo nulla” dell’associazione.
“Non conoscevo Miller né una parte dei partecipanti a quel pranzo del settembre 2009″. Ha detto il coordinatore nazionale del Pdl indagato per la violazione della legge Anselmi dalla Procura di Roma.
“Io personalmente non ho toccato un soldo e, anzi, nella vicenda del giornale ce ne ho rimessi tanti. Miei e della mia famiglia”. Così Verdini ha spiegato l’operazione da 2,6 milioni di euro relativa al ‘Giornale della Toscana’ che i magistrati gli contestano. Verdini ha sottolineato che i 2,6 milioni erano un aumento di capitale, di cui sono stati versati solo 800 mila euro.
“Non ho mai scaricato Dell’Utri che é una persona per bene. Non c’é nulla da scaricare e sicuramente io non scarico l’amicizia”. Afferma il coordinatore del Pdl.
“Rivendico con orgoglio la liquidazione dei tentativi diffamatori a tutela dell’amico Caldoro che tutti abbiamo sostenuto”, ha detto Verdini.
Una “brutta richiesta”. Così il coordinatore del Pdl ha risposto al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che aveva chiesto le sue dimissioni. “Mi dispiace che il presidente della Camera in forma generica non mi abbia tutelato – dice Verdini – è brutto che il tutore delle Camere e terza carica dello Stato, mentre un rappresentante della Camera viene interrogato, chieda le proprie dimissioni in forma generica e senza aspettare l’esito” delle indagini.
“Da Bocchino non accetto nessuna lezione perché chi parla di presunta legalità dovrebbe essere ineccepibile, lindo e trasparente. Mi ricordo che il Pdl si è stretto intorno a lui quando fu al centro di un’inchiesta per cui il gip aveva chiesto anche l’arresto”. Sostiene Verdini.
CALIENDO, DIMISSIONI? NON HO COMMESSO NIENTE – “I miei avvocati hanno chiesto ai magistrati di ascoltarmi. Io rispondo dei fatti e di fatti non ne ho commessi”. Così il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo risponde, in Transatlantico, ai giornalisti che gli chiedono se ha intenzione di dimettersi dopo che le opposizioni son tornate alla carica con la mozione di sfiducia nei suoi confronti. “Tutti avete letto l’ordinanza – ha aggiunto Caliendo – e lì si capisce che in quella riunione in cui si è parlato di Lodo Alfano io non c’ero”.
IDV, DELL’UTRI SPREZZANTE VERSO AZIONI PENALI IN CORSO – “Dell’Utri Marcello, condannato in secondo grado per reati di mafia, piuttosto che difendersi nei processi, sta scrivendo un volume di cultura mafiosa. Con disprezzo e strafottenza per le azioni penali in corso, pontifica e sembra rappresentare il popolo della cultura mafiosa. Lo ha affermato il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando, in un suo intervento pubblicato dal sito Idv www.italiadeivalori.it. “Dell’Utri Marcello aggiunge l’esponente dipietrista – cofondatore di Forza Italia con Berlusconi Silvio, pluri-inquisito e pluri-salvato da leggi ad personam, proposte dal proprio legale avvocato e deputato Ghedini, rimane al suo posto e ricorda che lo stalliere di cavalli e riferimento di mafiosi, Mangano Vittorio, un eroe. Un messaggio da tipica cultura mafiosa. Tranquilli mafiosi e collusi anche Dell’Utri Marcello condivide la subcultura mafiosa e considera chi difende gli “amici ” degli eroi. Tranquilli mafiosi e collusi anche Dell’Utri Marcello non parla, anzi non ha parlato, aspirando ad essere considerato anche lui eroe”.
VERBALI VERDINI,DELL’UTRI MI DISSE’FIDATI DI CARBONI’ – “Come ho conosciuto Flavio Carboni? Me lo ha portato Dell’Utri. Sapevo che era imputato per il crack del Banco Ambrosiano. Ma pure assolto”. Idem per Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino: “Io mica li conoscevo. Fu Marcello a portarmeli a casa. Di lui mi fido molto, lo conosco da una vita. Se viene a con qualcuno, cosa dovrei fare? Non posso certo chiedere i documenti alle persone che lo accompagnano”. Sono le riposte che Denis Verdini, coordinatore del Pdl, indagato nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia P3, ha dato ai magistrati nelle nove ore di interrogatorio, secondo stralci dei verbali pubblicati da Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero. Il coordinatore del Pdl – scrive il Corriere della Sera, che sui verbali fa il titolo di apertura della prima pagina – risponde a tutte le domande e assicura di essere estraneo a illeciti e organizzazioni occulte. Dice di “non essere mai stato interessato all’eolico”. E, sulla nomina di Ignazio Farris a direttore dell’Arpas, ammette: “Carboni mi disse che aveva fatto una promessa e io gli dissi che andava bene. Per me non c’era nulla di illecito a favorirlo”. Nelle “otto pagine dell’interrogatorio”, Verdini afferma che Carboni gli fu presentato “da alcuni imprenditori nel 2009″ perché “interessato al Giornale di Toscana. Mi disse che a 80 anni voleva creare una voce per la Sardegna, voleva creare un inserto. Parlava anche di aprire una radio e una televisione”. Anche se “coinvolto e assolto nel caso Calvi”, in quel momento “era utile, perché portava soldi”, “era disposto a sottoscrivere un aumento di capitale di 2,6 milioni”, quindi “cominciai a riflettere sulla sua proposta. Mentre stavo decidendo, Dell’Utri organizzò un pranzo all’Hotel Eden e quando arrivai c’era anche Carboni. Marcello mi disse che dovevo accettare e alla fine cedetti il 30% delle quote. Fu versata la prima rata da 800mila euro, ma poi cominciò l’indagine della procura di Firenze e io decisi di bloccare tutto”. Fu sempre Dell’Utri a organizzare il pranzo del 23 settembre a casa sua, per “cominciare a pensare a una alternativa a Cosentino” per la Campania dopo “la richiesta di arresto. Mi fecero il nome di Arcibaldo Miller”. In quell’occasione Dell’Utri “portò Carboni e mi presentò Lombardi e Martino che io non avevo mai visto prima. C’erano anche Miller, Giacomo Caliendo e il giudice Antonio Martone. Miller diceva di essere lusingato, ma non sembrava convinto”. Lì si parlò anche del Lodo Alfano “ma come avveniva in tutta Italia”. Si facevano “pronostici” e “ricordo che Martone disse che non conta come sono stati eletti i giudici della Consulta perché alla fine votano in maniera autonoma. Io non ho mai fatto pressioni su nessuno”. Verdini aggiunge di aver visto Martino e Lombardi “altre due o tre volte. Ma certo non avevo bisogno che loro mi dicessero cosa fare. Sono persone che valgono poco”. Nell’interrogatorio Verdini afferma di essere stato “informato” del dossier Caldoro. “Mi arriva un foglio anonimo dove sono elencati alcuni alberghi, un elenco di nomi maschili e le date in cui li avrebbe incontrati. Chiesi informazioni a Cosentino, ma mi disse che era roba vecchia”. Quando poi “tornò alla carica Ernesto Sica, ne parali con Berlusconi e decidemmo di parlare direttamente con Caldoro. Lo chiamai e fissammo un incontro in Parlamento” nel quale “mi giurò sulla moglie e sui figli che si trattava di assolute falsità. Io riferii tutto al premier che decise di rinnovargli la fiducia”.
VERDINI, VADO AVANTI; DA PREMIER FIDUCIA A CALIENDO – Lunedi’ notte, dopo nove ore di interrogatorio, era stato chiaro: “Mi dedicherò solo alla politica”. E così è stato: Denis Verdini, il coordinatore del Pdl nella bufera per i casi eolico e P3, è tornato in via dell’Umiltà, il quartiere generale del partito a due passi da Montecitorio dove, anche oggi, è proseguito lo stillicidio di dichiarazioni su questione morale e legalità che animano il dibattito politico. Una vera e propria bufera, alimentata ulteriormente dall’iscrizione del sottosegretario Giacomo Caliendo nel registro degli indagati per la vicenda P3 che allunga la lista dei collaboratori di Berlusconi coinvolti in inchieste della magistratura. Tra Verdini e Caliendo, c’é stato lo spazio – breve, perché si è avvalso della facoltà di non rispondere – per un passaggio in Procura di Marcello Dell’Utri. Ma se il senatore “memore dell’esperienza passata” ha preferito evitare le domande dei Pm, Caliendo, dopo aver incassato la solidarietà e l’invito a proseguire nel proprio compito da parte dello stesso Berlusconi, ha fatto sapere di aver già chiesto di essere ascoltato e presto. La serenità mostrata dopo la visita a Palazzo Grazioli del sottosegretario alla Giustizia, sembra essere la stessa di Verdini che non sembra neanche sfiorato da quanto sta accadendogli intorno. Ieri il coordinatore nazionale del Pdl si è presentatonel suo ufficio, per nulla segnato dal lungo interrogatorio e dall’attacco frontale del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, che vuole la sua testa. “Al momento io sono solo indagato, penso di non aver nessun motivo per dimettermi”, aveva detto il deputato toscano nel cuore della notte, respingendo la richiesta di Fini come “largamente impropria”. Resta l’amaro in bocca per l’addio al Credito Cooperativo Fiorentino, una decisione “sofferta e dolorosa”, ma la vita – soprattutto quella politica – continua. “Nessuno può darci lezioni di legalità”, lo difende il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, mentre il finiano Italo Bocchino insiste: “l’opportunità della permanenza in incarichi politici di persone indagate non intacca il garantismo, ma invita a riflettere su una questione tutta politica legata a episodi di malcostume”. Tra questi rientra anche, secondo l’Italia dei Valori, il caso del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, che la Procura di Roma accusa di violazione della legge Anselmi sulle società segrete. “Deve dimettersi”, chiede il partito di Antonio Di Pietro, mentre il ministro della Giustizia Angelino Alfano gli rinnova “fiducia e solidarietà”. Alla ripresa dell’attività dopo la pausa estiva, il Senato discuterà la mozione di sfiducia nei suoi confronti, ma intanto il sottosegretario si difende: “Non ho mai contattato né fatto elenchi di giudici della Corte costituzionale favorevoli o contrari al lodo Alfano”. E Niccolò Ghedini, parlamentare Pdl e avvocato del premier, parla di iniziative della magistratura “che vanno a sindacare una più che legittima attività politica”.
Riportato da Temporeale notizie di Libero cioè questo (riporto tutto mica che a mia e vostra insaputa..sparisca).
Io mi domando..ma uno che si ricordi o sappia che cazzo sta facendo e non succeda sempre e tutto a sua insaputa esiste nel PDL? Gasparri dite che si ricorda come si chiama? O lo chiamano a sua insaputa?


















Il PDL è finito.
Fini: sostegno o contrasto governo in base a scelte
ROMA – Quella di Silvio Berlusconi è una “concezione non proprio liberale della democrazia” e viene dimostrato “dall’invito a dimettermi dalla presidenza di Montecitorio perché è venuta meno la fiducia del Pdl”. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel corso di una breve dichiarazione alla stampa. “Ieri sera in due ore e senza poter esprimere le mie ragioni – ha aggiunto Fini – sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare”.
“Non darò le dimissioni da presidente della Camera” conferma Gianfranco Fini. Il gruppo che nascerà dai deputati e senatori che hanno lasciato il Pdl “è formato di uomini e donne liberi che sosterranno lealmente il governo ogni qual volta saranno prese scelte nel solco del programma elettorale e lo contrasteranno se le scelte saranno ingiustamente lesive dell’interesse generale”, ha aggiunto Fini.
“Ovviamente non darò le dimissioni perché a tutti è noto che il presidente deve garantire il rispetto del Regolamento e la imparziale conduzione dell’attività della Camera, non deve certo garantire la sola maggioranza che lo ha eletto”. “Sostenerlo dimostra una logica aziendale – prosegue Fini – modello amministratore delegato-consiglio d’amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni”.
Il nome dei nuovi gruppi parlamentari formati da deputati e senatori finiani è ‘Futuro e liberta’ per l’Italia’. Lo si apprende da alcuni deputati vicini al presidente di Montecitorio e confermato dal sito di Generazione Italia.
“Gli amici di Fini al governo lavorano bene, non ho dubbi sulla loro lealtà e non ho ragione di modificare la squadra di governo. Quindi si prosegue così”. A margine del consiglio dei ministri, il premier Silvio Berlusconi – secondo quanto riferito – ha ripetuto al ministro Andrea Ronchi il concetto già espresso ieri quando, annunciando alla stampa la rottura con Fini, aveva spiegato che sulla permanenza dei finiani al governo avrebbe deciso il governo, ma per quanto lo riguardava personalmente non avrebbe avuto difficoltà a continuare la collaborazione con i “validi ministri” finiani.
PD ASPETTA LE MOSSE DI FINI, TUTTI DISPONIBILI A LARGHE INTESE – Il Pd supera le logiche di maggioranza e minoranza interna e davanti “ad una crisi che non é del Pdl ma del governo” si compatta sulla linea del segretario Pier Luigi Bersani di chiedere al premier di venire in Aula a verificare la fiducia per poi, in assenza dei numeri, aprire ad una fase di transizione, ad un governo di larghe intese che “impedisca al paese di precipitare nel baratro”, come avverrebbe in caso di elezioni anticipate. Non erano mancati nei giorni scorsi i maldipancia di parlamentari, come il veltroniano Giorgio Tonini o Arturo Parisi, contrari ad una fase di transizione e soprattutto al fatto che Bersani aveva lanciato ami senza prima una discussione interna.
Oggi invece nell’assemblea, nella sala del Mappamondo, tutti i big, da Massimo D’Alema a Walter Veltroni a Dario Franceschini e Piero Fassino, avrebbero sostenuto la “disponibilità” del Pd ad un governo di transizione. Veltroni non ha usato espressioni come larghe intese, spiegano alcuni partecipanti, ma avrebbe anche lui escluso la via delle urne anticipate in caso di crisi di governo. Nell’assemblea, allargata a deputati e senatori, si è poi concordato sul fatto che, come spiega il vicepresidente dei deputati Michele Ventura, “la presidenza della Camera va tenuta fuori dallo scontro”. Di fatto, quindi, il Pd offre uno scudo contro l’attacco del Pdl che anche stamattina, in Aula, ha insistito nel chiedere le dimissioni di Fini.
La crisi del Pdl arriva in aula alla Camera, con il capogruppo Fabrizio Cicchitto che “sfiducia” il presidente Gianfranco Fini, e le opposizioni, a partire dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che ha chiesto che il premier Berlusconi venga a chiarire in Parlamento. Intanto c’è attesa per la replica di Fini, all’indomani della rottura con Berlusconi. Alle ore 15, presso l’Hotel Minerva a Roma, il presidente della Camera farà una dichiarazione alla stampa.
All’inizio dei lavori dell’Assemblea di Montecitorio, i deputati del Pd si sono presentati al completo, in un’aula vuota visto che non erano previste votazioni. Bersani ha incalzato Berlusconi: “Non si pensi che è agosto e che si vada a finire a tarallucci e vino. Il Presidente del Consiglio venga in Parlamento”, visto che la crisi dentro al Pdl “é insanabile”. “E per cortesia – ha aggiunto – non ci venga propinato l’antico rito che ‘e successo ma non e’ successo’, ‘il motore e’ rotto ma la macchina va’. Il Paese non ha questi tempi, ha altre esigenze”.
Anche l’Udc, con Angelo Compagnon, e l’Idv con Carlo Monai, hanno fatto un’analoga richiesta a Berlusconi. Immediata la controreplica di Cicchitto, spalleggiato in aula dal suo vice Osvaldo Napoli e da una manciata di altri deputati: “Certamente si è aperta una questione seria all’interno del Pdl, ma non ci sono ragioni perché il presidente del Consiglio venga a riferire in Parlamento”, perché “la maggioranza che sostiene il governo c’é ed è salda”. Il capogruppo del Pdl è quindi passato al contrattacco, mettendo sul banco degli imputati Fini: “Si è aperto tra noi un confronto politico serio e serrato in cui si mette in discussione il rapporto nel Pdl tra noi e Gianfranco Fini. E’ venuto meno il rapporto che si era acceso quando lo abbiamo eletto presidente della Camera e siamo davanti ad una questione politica, ad un dato su cui Fini deve riflettere”.
A difesa di Fini il Pd: “Il presidente della Camera è di tutti – ha detto Bersani – anche di quelli che non lo hanno votato”. E Franceschini ha ricordato che “il Presidente della Camera, dal momento della sua elezione, è il presidente di tutti, anche di chi non lo ha votato, e non può essere sfiduciato in base alla Costituzione”. Il braccio di ferro non si è chiuso così. Il Pd si è iscritto in massa nella discussione generali su due decreti (quello sulla Tirrena e quello sull’energia), cosa che implicherà una contromossa della maggioranza per assicurarne l’approvazione.
Fabrizio Cicchitto, del Pdl afferma: “Certamente si è aperta una questione seria all’interno del Pdl, ma non ci sono ragioni perché il presidente del Consiglio venga a riferire in Parlamento”. “La maggioranza che sostiene il governo c’è ed è salda e lo ha dimostrato il voto sulla manovra economica”, ha aggiunto.
BERLUSCONI SFIDUCIA FINI, VIA DA PDL E DALLA CAMERA
Di Paolo Dallorso e Matteo Guidelli
Alla fine la rottura, quella definitiva, insanabile, e’ arrivata. E le parole – scritte nell’ufficialita’ di un documento votato da 33 membri dell’ufficio politico su 36 – aggettivano pesantemente il solco della crisi. Berlusconi, addirittura, parla di Fini al passato (”i litigi erano un prezzo troppo alto”) e quasi lo deride quando, denunciando il suo venir meno dal ruolo istituzionale, nel documento ricorda con una punta di sarcasmo come il presidente della Camera avesse ”rivendicato il suo ruolo superpartes” solo durante la campagna elettorale delle regionali. Per ”non dare il suo sostegno” al bene comune del partito, rincara.
Una terzieta’ a senso unico, insomma, e di comodo, e’ l’accusa di Berlusconi che fa ripercorrere quasi minuto per minuto dettagliatamente tutto il travagliato rapporto con Fini nel documento. Un Fini il cui ”atteggiamento distruttivo non era prevedibile” ma che tuttavia ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio”. Accuse pesanti che quasi fanno passare in secondo piano il deferimento ai probiviri di Granata, Briguglio e Bocchino, annunciato nelle prime righe del documento che poi dedica le sei cartelle solo ad attaccare (con motivazioni) Fini. L’ex leader di An, dunque, e’ fuori dal partito, dunque. Ma fuori anche dalla presidenza della Camera. Un desiderata, questo.
Forse solo una richiesta politica ad effetto alla quale, pur indirettamente, Fini risponde seccamente scandendo che la terza carica dello Stato non e’ ”nelle sue disponibilita”’. Una situazione che il Capo dello Stato, si sottolinea in ambienti parlamentari, sta seguendo con attenzione non senza preoccupazione. Intanto la risposta politica dei finiani – costruita pezzo per pezzo durante tutta la giornata – arriva in contemporanea alla conferenza stampa del premier a Palazzo Grazioli e ai primi lanci d’agenzia: dimissioni dal gruppo e formazione di gruppi autonomi. I numeri, almeno quelli fatti circolare alla Camera e al Senato fanno esultare gli uomini vicini a Fini, che ha pero’ deciso di rinviare ad una conferenza stampa da tenere oggi la controreplica al Cavaliere.
E di argomenti cui ribattere ce ne sono molti: ”dall’assoluta incompatibilita’ delle posizioni dell’On. Fini con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Popolo della Libertà”, alla denuncia del venire meno della fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera” fino all’aver volutamente profittato della liberta’ di dissenso nel partito per trasformarla da ”legittima a uno stillicidio di distinguo” finalizzati ad una ”critica demolitoria”. E ci vuole tutta la storia politica e lo sforzo diplomatico di Ignazio La Russa per leggere in quel ‘viene meno allo stato la fiducia’ nei confronti di Fini (unica aggiunta al documento entrato a Palazzo Grazioli) un modo per ”non chiudere la porta a chiave” in faccia all’ex leader di An.