Ieri sera mi sei tornata in mente. Forse è stato il caldo, forse la stanchezza ed ad un tratto sei apparsa dai meandri della memoria. Pensavo di averti perduta, era molto tempo che niente e nulla mi faceva pensare a te. All’improvviso invece tutto è tornato nitido e presente.

Ricordo il momento che sono entrato in una bella discoteca piena di gente in una sera d’estate di tanti (troppi) anni fa a Rimini. E’ strano come a volte il destino giochi degli scherzi incredibili; c’era gente dappertutto, musica, fumo, alcool nelle vene al posto del sangue.. eppure in mezzo a tutto ciò ricordo che ti ho vista.

Distintamente.

In mezzo a tutto, ti ho vista e sei emersa da tutto. I capelli lunghi e ricci, mesciati, abbronzata come poche, una bandana rossa che ti incorniciava la fronte. Bella, sicuramente bella. Due occhi verdi splendidi ma duri e freddi come il ghiaccio. Sì questo mi ha colpito subito, bella ma fredda e dura come non ne avevo mai viste.

Ti ho osservata a lungo da lontano mentre con fermezza tagliavi gambe, braccia, ginocchia e teste alla pletora di ragazzi di ogni tipo che cercavano di avvicinarti. I tuoi amici erano coscienti di questa strage degli innocenti che perpetravi e li vedevo anche un pò a disagio.

Per tutto il tempo mi ricordo che non ti ho tolto gli occhi di dosso; tu mi ha osservato più volte mentre ripulivi la spada dal sangue dell’ultimo templare caduto. Poi avvenne l’incredibile. Incoscienza? Alcool? Destino? Non so cosa fu, so solo che mi sono avvicinato a te pronto al sacrificio.

Dopo due ore ero ancora vivo e parlavamo tra lo stupore dei tuoi amici e dei miei. Ricordo le tue mani, dure e ruvide, mani che lavoravano e duramente. Ricordo i segni del tempo e dell’ultima tua guerra. Ricordo che con sorpresa ed un pò di affanno ho scoperto che avevi decisamente qualche anno più di me e un bel figlio pure. Ricordo anche il saluto di quella sera, un semplice bacio sulla guancia ed un arrivederci a domani lasciato al destino e alla fiducia.

E ricordo quando venne domani e tu sei arrivata. Poi ricordo anche gli altri stupendi sei giorni passati insieme; come ti sei arrabbiata quando sono venuto a trovarti sul lavoro e come eri bella arrabbiata! Ricordo quando mi hai raccontato della tua vita, del tuo ex, di tuo figlio e di come era dura per te. Da quando eri rimasta sola, per tutti eri diventata una preda; ma una preda da una botta e via perchè un figlio è un figlio e se è di un altro è peggio.

Ricordo l’ultima notte passata a guardare le stelle ed a parlare di quello che è stato e di quello che non sarà mai e mai potrà esserlo. Ricordo l’addio al mattino mentre carico i miei bagagli con i miei amici. Ricordo tutto di te, ogni istante passato con te ed ogni parte del tuo corpo. Ed è un magnifico ricordo; solo una cosa da ieri sera mi rende triste e non mi dà pace.

Ricordo tutto di te, tranne il tuo nome.

” Teresa parla poco

ha labbra screpolate

mi indica un amore perso

a Rimini d’estate. ”

Fabrizio De Andrè “Rimini”

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Eri carina, forse non la più bella della classe ma sicuramente lottavi per una medaglia. Onestamente non avevo mai fatto un pensiero che non sia stato meno che impuro su di te ma certamente mai serio. Gli ormoni viaggiavano a mille ma la realtà delle cose mi diceva che le distanze c’erano.Tu avevi sempre un codazzo di allupati che ti giravano intorno ed un cavalier servente (denominato da me “scorfano”) che non ti mollava un attimo mettendo a disposizione tutte le sue conoscenze sullo scibile umano pur di starti vicino.

Io stavo nel mazzo, non ero il re di cuori ma neppure il due di picche anche se ne avevo raccolto una discreta collezione. Avevamo feeling però. Spesso si rideva insieme e si passava piacevolmente il tempo quando io smettevo di giocare  al  “playboy” e tu alla “figa”. Erano momenti dove onestamente non pensavo al tuo aspetto fisico (e non era una cosa semplice, credimi..) ma stavo bene con te per il tuo modo di vedere le cose e mi piaceva parlare con te.

Finalmente arrivò  la primavera di uno di quegl’inquieti anni settanta,anni di piombo tristi e grigi. E con la primavera la classica gita scolastica che dava ossigeno ed era un’occasione per un’evasione “controllata”. Meta classica ed arcinota (almeno per me) ma sempre affascinante: Firenze. Non ricordo quasi niente del viaggio in autobus, avevo giocato a poker con alcuni altri sino qualche ora prima della partenza e penso di aver dormito per tutto il tragitto.

Il risveglio è stato splendido; piazzale Michelangelo e vista stupenda della città e poi mi volto e ti vedo con i capelli mossi dal vento che sorridi e scherzi con lo scorfano che ti segue come un’ombra. Sarà perché ero assonnato, sarà perché Firenze è una città che mi piace ma in quel momento mi è sembrato carino pure lui. Probabilmente era il riflesso della luce che emanavi.

Il resto è pura cronistoria di una semplice gita studentesca; ostello con seguente lotta per i posti considerati “strategici” quelli cioè più lontani dai cerberi e con possibilità di svicolare fuori in ore proibite, visite a musei, zingarate in gruppo nel tempo libero ect ect. Insomma nulla che valga la pena di essere raccontato e ricordato se non per il piacere e la nostalgia di un’età che non tornerà più. Poi ecco la notte incriminata.

Serata quasi libera da controlli “prof” e quindi pizza tutti insieme e casualmente (è vero…fu un caso voluto, magari cercato ma solo caso) sediamo vicini e lontani dallo scorfano. Solo per questo fatto, la pizza è buonissima e la serata scorre veloce.  Alla fine si prendono varie direzioni; i rompicoglioni se ne tornano in albergo, alcuni vanno in discoteca a folleggiare, altri in giro a cazzeggiare ed a perder tempo ed in questo sono un maestro. Tu mi segui in questo gruppo e decidiamo di andare a Ponte Vecchio, un classico con i freakkettoni della notte che lo popolano. Tra una canzone e l’altra iniziamo a parlare e piano piano ci troviamo un po’ distanti dal gruppo.

Non so se siamo noi in fuga o se il mondo ci ha dimenticato; la differenza può essere la maglia rosa o la maglia nera ma al momento non penso assolutamente a questo. Ora penso solo a guardarti ed ha parlare con te. Sono stupito perché sembra che tu conosci più cose di me di quelle che pensavo; cose che ho detto o fatto a scuola o magari con gli altri compagni di classe. Non pensavo che tu “registrassi” anche le idiozie che facevo. Io tutto sommato conosco il tuo corpo per averlo “visto” e “rivisto” più volte nelle mie fantasie, ma mai mi ero addentrato a conoscerti realmente.Mi ero sempre fermato in superficie.

Siamo finiti vicino a Boboli ed una panchina ci offre una sosta. Per Paolo e Francesca fu galeotto un libro, io devo ringraziare una panchina., decisamente più ingombrante. Dicono che la notte è magica a Roma e sarà sicuramente vero ma anche a Firenze non scherza. Del resto la notte è magica in ogni luogo o città dove ti siedi su una panchina a sedici anni con una bella ragazza a fianco. La notte di Firenze diventa ancora più magica quando senza preavviso e nel bel mezzo di un discorso ti avvicini e mi baci. Sì lo so, il mio problema è che talvolta sono logorroico e se un argomento mi prende per il verso giusto…parlo ..parlo..parlo. Divento dispersivo e non focalizzo e perdo di vista l’obiettivo principale. Vedi? Anche ora sono il solito…

Però non me l’aspettavo e mi lasci senza parole per la prima volta nella mia vita. Non che senta il bisogno di parlare più di tanto, sto scoprendo cose molto più interesanti.  Il resto è solo una notte di primavera nei lontani anni settanta nella magica Firenze. La notte dei miracoli.

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Era un freddo dicembre del 1991 eppure la gente girava per le strade mangiando gelati a volontà, anche due o tre per volta. La prima volta che ho visto una cosa del genere sono rimasto di sasso; mi avevano detto un mucchio di cose ma questa era una novità. Poi la gentile interprete mi disse che era un modo come un altro per mangiare; il potere calorico del gelato era un valido aiuto alla dieta base dei moscoviti e dei russi in generale, il fatto che fosse dicembre poco importava ad un popolo abituato a temperature rigide e poi la consistenza del gelato russa era diversa.

Poco convinto mi spronò a fare una prova e aveva ragione; consistenza diversa, gusto ottimo e molto pastoso, un buon dessert che potevi effettivamente mangiare anche mentre cadeva la neve. Al noiosissimo pranzo di circostanza la vidi.

Alta, capelli leggermente ramati, un viso dolcissimo ma ben delineato e forte. Quando sento parlare delle donne russe la maggior parte delle volte viene fuori la parola “contadinotte”. Può darsi, il clima e il duro lavoro hanno segnato i volti delle maggior parti delle donne ma accanto a loro puoi trovare dei visi di una bellezza sconvolgente che ti lascia senza fiato.

Più di una volta mi son fermato a guardare bambini per strada che erano la personificazione dei putti di Giotto o Michelangelo. Natasha, apparteneva a questa seconda categoria di donne, se fossero stati furbi in quel momento avrei firmato qualsiasi cosa pur di andare via da solo con lei. Finalmente riesco a parlarle, buon inglese studiato all’università, meglio del mio.

Mi sgancio dall’interprete e le chiedo di accompagnarmi in giro per la città, scusa banale ma sempre efficace.Con sorpresa accetta e iniziamo a girare per una Mosca ancora segnata dal tentativo di golpe. La facciata della white house moscovita, il parlamento, porta ancora i segni delle cannonate dei tanks. Il freddo è terribile quando arriviamo alla via Arbat ma all’improvviso tutto passa.

Con lei a fianco entro in un mondo nuovo ed antico allo stesso momento. Bancarelle con tutto il possibile e l’impossibile; orologi russi a fianco di stupendi servizi di porcellana, preziosa ambra baltica insieme a fini avorii intarsiati. Paccottiglia infinita del passato regime, foto di Lenin, Stalin e di chiunque altro abbia avuto una qualche carica, busti di ferro o gesso o come tu lo voglia.Bandiere rosse, americane, i primi punk, cambiavalute abusivi che cambiano un dollaro a 55 rubli mentre il cambio ufficiale è fermo a 2,80 se non ricordo male.

In mezzo a quest’umanità, Natasha che con calma e un dolce sorriso mi accompagna e mi guida tra una bancarella e l’altra. Chiede prezzi, mi consiglia cosa prendere e cosa tralasciare. Non si accorge che non sto guardando le bancarelle ma lei e solo lei; il leggero nevischio che cade le ricopre i ciuffi di capelli che fuoriescono dal suo colbacco, sarà il freddo o sarò io ma i suoi occhi brillano di una luce speciale.

Dopo un po’ andiamo in una traversa dell’Arbat dove girando un po’ a destra e un po’ a sinistra, troviamo finalmente un piccolo caffè in una vecchia cantina che il nuovo spirito pseudo capitalista ha fatto sorgere. Il “chai” tè russo servito nel classico bicchierone di vetro mi scalda come non mai o forse il fatto di essere lì con lei mi basta e avanza.

Resto a Mosca per altri cinque giorni. Natasha non l’ho conosciuta come escort, l’ho conosciuta in maniera diversa. E mi ha fatto conoscere in maniera diversa un grande Paese.

Luglio 1996 sono tornato a Mosca per l’ultima volta.

Il vecchio Inturist vicino alla Piazza Rossa è un residuato bellico confronto ai nuovi alberghi. Per le strade le mercedes e bmw dei nuovi ricchi sfrecciano in mezzo alle lada. Passo dall’Arbat e un’infinita tristezza mi colpisce appena vedo una bella insegna “Pizzeria Bella Italia”. Forse sono gli stessi italiani mafiosi che incontrai nel night del “Pribaltiskaja” a San Pietroburgo nel 1992 e che discutevano amabilmente di cosa “importare” ed “esportare” fiduciosi del fatto che il napoletano non è lingua di facile accesso se non si hanno amici napoletani.

Dove c’era un fantastico negozietto di antichità, ora c’è uno stupido negozio di vestiti. Per strada non mi fermo più ad osservare i bambini; alla sera vedo solo ragazzine che aspettano lungo la strada. Il progresso non può essere fermato; forse…. ma in alcuni casi dovrebbe essere fermato.

Non ho più rivisto Natasha; non ho mai voluto rivederla, forse ho fatto bene o forse ho fatto male,di certo questa storia mi rimarrà dentro e sarà sempre uno degli innumerevoli incroci che ho dovuto affrontare nella vita e dove il mio destino è cambiato a seconda di quale strada ho preso.

Con affetto Bibi

P.S. Stanotte a mosca ha nevicato e fa freddo.

PP.SS. Ho deciso di riprendere le quattro stagioni. “Racconto d’inverno” è una cosa scritta tanto tempo fa e pubblicata in un forum e che ho riportato integralmente; anche gli altri racconti sono oramai già stati scritti ma non è detto che non farò integrazioni.

Una nota a margine del già inserito ”Racconto d’autunno”: è un racconto che va interpretato localizzandolo nel forum dove è stato proposto ed avendo una minima esperienza del vissuto raccontato.

Questa è un’introduzione tardiva ad una nuova categoria che ho inserito e cioè

“Le quattro stagioni”.

“Le quattro stagioni” sono quattro racconti che ho già in parte messo online in altro luogo e che hanno un filo comune (almeno per me). Si svolgono durante un arco temporale molto ampio ed ognuno ha come riferimento una stagione dell’anno. Sono eventi che non hanno necessariamente collegamento con il mondo dell’escorting.

Solo il Racconto d’autunno è riferito a tale mondo, il resto son fatti ad esso estranei. Perchè non li ho inseriti come racconti semplici? Perchè rappresentano delle chiavi di volta nel mio continuo temporale (di tanto in tanto vedo anche Star Trek…).

Questa non è una review ma piuttosto un racconto che mi è tornato in mente stamattina mentre riflettevo su viagra e similari. Pensando a tutti gli incontri avuti ed all’ineccepibile comportamento del mio inseparabile amico (almeno per me ovviamente), mi è venuto in mente un incontro decisamente particolare dove il mio amico dette il meglio di sè ed allora ho pensato di raccontarlo.

Le premesse sono un pò articolate; la fanciulla che dovevo incontrare mi era stata segnalata da un membro di un luogo di perdizione dove gli ometti si scambiano informazioni su prestazioni di procaci fanciulle.Il soggetto segnalatore godeva di indiscussa e venerata fama e la fanciulla era stata oggetto di lodi sperticate.

Quindi stando a queste premesse era un “colpo sicuro”. Mi organizzo per benino per incontrare questo esemplare di ominide di sesso femminile che dovrebbe risvegliare l’animale che è in me fino a portarmi allo sfinimento corporale. Già la procedura di avvicinamento è complessa; un primo approccio fallisce (forse ero sottovento e si è intimorita).

Ritento e ho miglior fortuna, il giorno prima era solo il cellulare spento. Appuntamento fissato, auto pronta, azzo! Cliente rompiballe ma molto remunerativo! Riaggancio l’ominide e mi spertico in scuse e rimandiamo. Detto tra noi il tono di voce e la simpatia emanata sembrano confermare tutto quanto detto di buono su questo esemplare. Riesco a programmare la battuta di caccia per la settimana successiva e finalmente parto per il safari.

Arrivo dove l’ominide ha il suo habitat naturale; il suo territorio mi lascia abbastanza perplesso ma in fin dei conti sono solo di passaggio, mica devo restarci tutta la vita. La procedura di ingresso nella caverna è alquanto complessa anche stavolta. Faccio un paio di giri d’ispezione che mi danno modo di visionare la fauna locale e che mi ricordano di segnarmi bene i nomi delle vie così quando ho un caro amico da far sparire lo mando qui alla sera!

Finalmente arriva il momento; entro nella caverna e son già pronto per partire all’attacco!

Fine della storia. Sì, avete capito. Proprio fine della storia, adesso sta cominciando un’incubo. Mi apre l’ominide di sesso femminile avvolta in una vestaglia trasparente che nulla lascia immaginare ma che al contrario mette in bella mostra il suo fantastico 1,50 di statura per 70 kg di peso ben distributo (se fosse un lottatore di sumo!). Resto basito sulla porta e quell’attimo di indecisione mi è fatale, mi prende il braccio e mi tira dentro nella tana.

Ecco, ora mi è chiaro come si estinse l’uomo di Neanderthal. Intrappolato anche lui in qualche caverna non potè più procacciarsi il cibo e la vergogna lo spinse a non uscire più dalle caverne, così lasciò campo libero all’uomo sapiens. Tornando a me, ormai sono dentro, cerco una timida difesa,annuncio che forse sono un pò in ritardo su un appuntamento imprevisto, forse non potrò restare tutto il tempo previsto.

Niente da fare, l’ominide ha ormai la situazione sotto controllo, mi conduce nella sala pretortura, il bagno; espletate le formalità di rito sono pronto per il patibolo. Rassegnato spero che il mio amico non mi tradisca perchè non vorrei incorrere nelle ire dell’ominide.Per fortuna l’amico ha capito e cerca di fare del suo meglio. Con un pò di rilassamento yoga e concentrandomi sulla puntata di Baywach vista di sfuggita il giorno prima, riesco a portare a termine un primo difficilissimo round!

A questo punto penso di essere in salvo, mi alzo ringrazio e cerco di raggiungere i miei abiti e poi l’uscita della caverna. Vengo bloccato subito, il menu prevede anche il massaggio; “no grazie sai com’è, è tardi” queste sono scuse che il nostro ominide ben addestrato supera con estrema facilità. Sono nuovamente in sua balia, dopo il massaggio inizia di sua iniziativa un secondo round! “Pietà” urla disperato il mio amico; non posso fare nulla, cerco una via di uscita ma alla fine devo cedere. Ora si tratta di capire come arrivare alla fine e se questo sia possibile.

Mentre l’ominide ripassa il Kamasutra, mi sforzo di ricordare tutte le belle esperienze avute in passato ma questa tattica non funziona, anzi il confronto brutale tra realtà ed immaginazione ha un un effetto deleterio sul mio amico. Cerco allora nuove tattiche e posizioni ma nulla succede. Disperato mi gioco l’ultima carta: fingerò!

Mi preparo con cura, la metto in una posizione che non le permetta di vedere cosa succede, aumento il dosaggio e la velocità d’esecuzione, cerco i imitare al meglio i mugolii dei film hard ed alla fine provo a fingere un grandioso orgasmo! E rapidissimo come un cobra estraggo l’amico felice e butto via l’impermeabile!

Hurrà! Missione compiuta! Orrore!

L’ominide si alza e va a controllare le condizioni dell’impermeabile! Dice che lo fa tutte le volte per sicurezza! Mi domanda come mai l’impermeabile è asciutto e veramente a questo punto sono sull’orlo di una crisi di nervi ma riesco a raccontarle una balla invereconda sulla mia minima quantità seminale.

Distrutto riesco ad alzarmi e finalmente ad uscire dall’antro della Sibilla Cumana! Non senza averle dovuto promettere di tornare presto perchè l’ominide era rimasta molto ben impressionata dalla mia performance. Tornando barcollante alla macchina ho maledetto in tutte le mie lingue conosciute e forse anche in qualche altra il fantastico suggeritore di un simile incontro ed anche tutti coloro che ben consci di ciò che avevano vissuto hanno continuato a lodare l’ominide forse per timore reverenziale verso il principe e sommo conoscitore o semplicemente per perfido desiderio di vendetta e rivalsa sui poveri cristi che sarebbero caduti nella trappola della Sibilla!

Non ci sono link per conoscere la Sibilla e non vi darò alcuna indicazione, certe sofferenze devono macerare nell’intimo di un uomo, nel suo privato. Se mai avrete la sfortuna di incontrare la Sibilla, dovrete solo essere pronti a non perdere l’attimo fuggente del primo minuto quando ancora non avrete varcato la sua soglia; quello è il confine tra inferno e paradiso.

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