Oggi ne parleranno o scriveranno tutti, cani e porci e quindi ho deciso che potevo anch’io sparare le mie cazzate per l’anniversario della caduta del muro di berlino.
Da dove si parte? Dal ricordare perchè è stato costruito? Mah.. non ha molta importanza, ora non c’è più nulla, non c’è niente di vagamente simile a quel periodo. Era il periodo della Guerra fredda anzi era l’inzio. Che Usa e Russia si guardavano in cagnesco era da parecchio ..poi la guerra contro il demone nazista aveva reso tutti amici seguendo la logica : se il mio nemico è anche tuo nemico, allora siamo amici.
Finito il nemico comune è finita anche la luna di miele e tutto è tornato come prima. Ed allora il Muro.
Ho trovato alcuni interessanti filmati riguardanti la costruzione e la caduta del Muro dove si vede cosa ha significato per la germania.
Sì perchè tutti parlano del Muro come la Cortina di Ferro cioè la separazione tra Bene e Male , di là i cattivi e di qua i buoni (dove però ..il qua ed il là ..sono molto soggettivi e variano nel tempo a mio avviso). Tutto viene visto dal punto di vista dell’ordine mondiale mentre si dimentica molte volte lo strazio di un paese diviso.
Non sono mai stato a berlino e mai ci andrò a questo punto, non avrebbe più senso. Sono stato spesso invece in germania…deutschland uberalles.. I tedeschi non mi sono mai stati particolarmente simpatici e tutt’ora non sprizzo gioia da tutti i pori quando li incrocio, troppo diversi dal mio modo di vedere le cose.
Però una cosa va detta. Ho vissuto parecchio tempo in germania e presso famiglie anche (come ho scritto nel post “una voce”) e proprio all’interno di queste famiglie ho capito cosa volesse dire il Muro per un tedesco.
La famiglia di cui ho scritto era originaria di Dresda. Dresda fu la città praticamente completamente distrutta da uno dei più feroci e stupidi bombardamenti della seconda guerra mondiale. Eravamo alla fine oramai, era il 15 febbraio 1945, il terzo Reich era alla frutta e raschiava il barile mandando la Hitler Jugend in battaglia, soldati bambini armati di panzerfaust (arma anticarro) che venivano falcidiati dall’armata rossa con la facilità con cui si raccoglie un fiore.
Il bombardamento non fu mai spiegato o giustificato pienamente (se mai si possa giustificare o spiegare..). Il centro di Dresda fu raso al suolo con l’impiego di bombe al fosforo, i civili bruciarono come candele per ore raccontarono i supestiti. I morti furono stimati tra i 25.000/35.000 ma sono stime difficili visto che la città era piena di sfollati provenienti dal fronte dell’est che stava tracollando, i russi erano vicini.
Da più parti si è ventilata l’ipotesi che il bombardamento fu deciso non tanto per far crollare il morale dei tedeschi (già sotto il tallone delle scarpe) ma bensì per mostrare ai vicini russi il potenziale bellico degli Alleati occidentali, una specie di monito a non allargarsi troppo. Un anticipo di Guerra fredda.
Bene, questa famiglia era originaria di Dresda, erano usciti vivi dal disastro e poi si divisero.Una parte si diresse verso ovest, una parte rimase in città o quello che ne rimaneva. Due fratelli in posti diversi. Da lì a qualche mese, la resa della germania e la suddivisione tra est ed ovest. Una famiglia a Dresda e l’altra ad Aachen, al confine con l’Olanda. Il patriarca della famiglia, una sera dopo cena mi raccontò tutta la storia, con parole semplici e molto per sommi capi visto il mio tedesco. Era un omone grande e grosso, con un giro vita notevole, provato da ettolitri di birra e wurstel, ma quella sera lo vidi con i lucciconi agli occhi mentre mi raccontava del fratello che non vedeva da più di 30 anni, dei nipoti che non aveva mai visto se non in fotografia.
Era il 1989, dopo qualche mese il crollo del Muro. Ricordo che ero davanti al televisore e guardavo il Muro che cadeva, la gente che si abbracciava e pensavo ad un omone ad Aachen con i lucciconi agli occhi.
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Azz non pensavo fossi pure anti americano :))))))))))))))))
Comunque avendo un cugino tedesco, potrei confutare facilmente la tua ipotesi sul martirio di Dresda.
Ti ricordo però volentieri che :
a)Il muro lo hanno costruito i sovietici
b)La DDR era ancora un ammasso di macerie 40 anni dopo la guerra
c)I sovietici, mentre avanzavano dal fronte est hanno fatto tabula rasa
I tedeschi ancora oggi non perdonano agli americani di essersi fermati e aver aspettato i russi. Avrebbero preferito che gli americani avanzassero e fermassero l’avanzata russa.
Antiamericano? E cosa c’entra con la caduta del muro?
Il bombardamento di Dresda fu fortemente voluto da Churchill come rappresaglia ai bombardamenti tedeschi di Londra (oltre che per l’altro motivo a cui accenno e cioè mostrare i muscoli ai russi). Gli americani in quel caso fornirono solo il materiale, pare anzi che ci fossero perplessità sull’utilità di bombardare Dresda e non le zone del fronte occidentale dove si combatteva ancora duramente per spianare la strada verso Berlino.
Sul fatto che il Muro l’hanno costruito i russi non ci piove e lo stesso che la DDR non fosse un’isola felice.
Riguardo al comportamento delle truppe sovietiche ..certo non è stata una passeggiata per la popolazione civile tedesca ma lo stesso si potrebbe dire dell’avanzata tedesca in Ucraina o in Russia.
Ma tutto questo non c’entra con la Caduta del Muro. E” storia passata e sepolta; a me piace ricordare la caduta del muro solo pensando al mio omone di Aachen. Tutto qui.
Ho trovato questo articolo :
di PAOLO DEOTTO
Amburgo, ore 0.55 del 28 luglio 1943. “… Fu l’inizio di un nuovo attacco aereo. Il fosforo dilagò sull’asfalto. Bombe a benzina alzavano nell’aria fontane di fuoco alte venti metri. Fosforo già incendiato si riversò sulle rovine come un violento acquazzone. Sibilava e turbinava come un ciclone. Bombe più grosse e potenti sollevarono letteralmente in aria intere case…. Le persone uscivano urlanti dalle rovine. Torce viventi vacillavano e cadevano, si rialzavano e correvano sempre più in fretta… Alcuni bruciavano con fiamme biancastre, altri avvolti da fiamme di un rosso acceso. Alcuni si consumavano lentamente in una incandescenza giallo – blu, altri morivano in modo rapido e pietoso. Ma altri ancora correvano in circolo, o si agitavano a gambe all’aria, sbattendo la testa avanti e indietro e contorcendosi come serpi prima di ridursi a piccoli fantocci carbonizzati. Si muovevano, quindi erano ancora vivi… Il sergente, sempre così calmo, perse per la prima volta il controllo da quando lo conoscevamo. Proruppe in un acuto grido: ‘Fateli fuori, per Dio, accoppateli’… Sembra brutale. Era brutale. Ma meglio una morte rapida, data con un colpo di pistola, che una lenta, mostruosa agonia. Nessuno di loro aveva la minima possibilità di salvezza”
(da Germania Kaputt , di Sven Hassel – Ed. Longanesi, Milano).
Per parlarvi di Dresda e del suo martirio abbiamo preferito parlarvi prima di Amburgo, perché fu in questa città che, come vedremo, per la prima volta si sviluppò una tecnica distruttiva che prese il nome di Feuersturm , tempesta di fuoco. Ad Amburgo successe per caso, un caso che fu studiato e analizzato, per essere poi applicato scientificamente sulla città di Dresda.
E abbiamo voluto aprire il nostro studio con le parole di Sven Hassel, soldato di un reggimento corazzato di disciplina, che combatté su quasi tutti i fronti in cui fu impegnata la Germania e lasciò, coi suoi libri, una testimonianza impressionante. I libri di Sven Hassel furono definiti, anni fa, da un critico, libri di “bassa macelleria”. E’ verissimo, ma altro non potevano essere, dati gli argomenti.
Sono gli stessi argomenti che tratteremo in questo lavoro. E’ una specie di discesa nell’orrore che non si vorrebbe mai percorrere, ma che non si può evitare, se si vuole fare della Storia e non dell’iconografia, in cui quelli che vincono sono i buoni.
Dresda era, in assoluto, la più bella e romantica città della Germania, e una delle più belle e romantiche d’Europa. Aveva scorci di grande suggestione, palazzi barocchi e rococò, piccole case di legno e mattoni fulvi che risalivano al medioevo gotico, vicoli punteggiati di taverne e birrerie senza tempo. Priva di industrie primarie, Dresda viveva una vita culturale intensa e cosmopolita. Apparteneva al mondo, non solo alla Germania, e tanto meno alla Germania nazista.
La distruzione arrivò su questa città nel febbraio del 45, quando le sorti della guerra erano ormai segnate. Un uomo che senza dubbio la sapeva lunga, l’architetto Albert Speer, ministro tedesco degli armamenti e della produzione bellica, eccezionale organizzatore, grande amico di Hitler, non ebbe timori ad inviare a quest’ultimo, alla fine di gennaio del 45, un memorandum in cui prevedeva per la Germania la possibilità di resistere ancora per otto settimane. Sbagliava solo di un mese.
Dobbiamo perciò cercare di capire perché una città che era considerata un vero gioiello, che non aveva impianti industriale essenziali per la produzione bellica, che non rivestiva alcuna importanza sotto l’aspetto strategico, conobbe il più crudele attacco aereo di tutta la Seconda Guerra mondiale, effettuato oltretutto quando la sua popolazione, di circa 630.000 abitanti, era raddoppiata per la grande affluenza di profughi che provenivano dalla Slesia, dalla Pomerania Orientale e dalla Prussia, incalzati dall’Armata Rossa.
Ma prima di fare ciò, cerchiamo di chiarire in cosa consista il fenomeno fisico, di spaventosi effetti distruttivi, che passò alla Storia con il nome di “tempesta di fuoco”. Dobbiamo tornare ad Amburgo, la città che ebbe l’indesiderabile onore di sperimentare per prima questo fenomeno.
Amburgo era un obiettivo militare primario; su questo punto non vi era discussione. La presenza dei cantieri che producevano quasi la metà dei sommergibili tedeschi basterebbe già a giustificare questa qualifica; ma Amburgo possedeva anche molte industrie pesanti, in massima parte collegate agli armamenti di terra, ed inoltre era anche un nodo vitale di comunicazioni. Il suo porto era il più attivo di tutta l’Europa continentale.
Il maresciallo dell’aria Sir Arthur Harris, comandante del Bomber Command della RAF (l’aeronautica britannica) non voleva correre rischi e pianificò una di quelle operazioni di massa che erano tipiche delle sue teorie militari, peraltro avvalorate dai risultati di terribili distruzioni già effettuate sulla Ruhr e su Aquisgrana. In quattro successive incursioni effettuate tra la notte del 24 e quella del 27 luglio 1943, 2.350 bombardieri inglesi e americani scaricarono complessivamente su Amburgo più di 9.000 tonnellate di bombe, di cui circa la metà incendiarie. I morti furono oltre 50.000.
La grande quantità di bombe incendiarie sganciate su un’area relativamente limitata e ricca di fabbricati addensati e infiammabili e la mancanza di vento naturale sulla zona, portarono alla formazione di una corrente ascensionale di aria calda di inaudita potenza e temperatura. L’aria surriscaldata, a temperature dai 600 fino a 1.000 gradi, saliva verso il cielo e l’aria fredda circostante si precipitava a colmare il vuoto lasciato a livello del suolo, surriscaldandosi a sua volta. Il fenomeno si esaurì in tre ore, durante le quali si generarono venti diretti verso il centro dell’immane fornace a velocità fino a 300 km/ora. Chi veniva ghermito da questo vento non poteva opporre alcuna resistenza, ed era scaraventato al centro della zona incendiata, a temperature che volatilizzavano tutto.
“Le decina di migliaia di incendi si fusero in una sola gigantesca fiammata; dalla periferia un vento artificiale, sempre più violento, puntò verso il centro, infuocandosi e raggiungendo una velocità di 300 chilometri all’ora; chi si trovava all’aperto, sparì trascinato nel cielo; a terra, intanto, tutto bruciava con tale violenza che venne meno l’ossigeno necessario alla respirazione”.
(da Mario Silvestri (fisico), La decadenza dell’Europa occidentale”, Einaudi)
Dove il soffio rovente era solo di 300-400 gradi furono ritrovati poi cadaveri carbonizzati ridotti a circa un metro di lunghezza. Via via che ci si allontanava dall’inferno la temperatura scendeva sui cento gradi e il vento non era più in grado di trascinare. Ma il calore eccessivo bruciava le vie respiratorie, uccidendo per soffocamento chi non era già morto nei rifugi per la mancanza di ossigeno causata dagli incendi. Infine, ci furono coloro che furono colpiti direttamente dagli schizzi del fosforo delle bombe incendiarie: pattuglie di soldati e poliziotti non poterono far altro che abbattere questi infelici per limitarne le sofferenze, come leggevamo in apertura, nell’impressionante testimonianza di Sven Hassel.
Lo spostamento d’aria causato dalla corrente ascensionale fu di tale potenza da far oscillare i bombardieri pesanti Lancaster ed Halifax che incrociavano a 5.000 metri di quota. Circa il 70% delle vittime di Amburgo furono causate dalla tempesta di fuoco. Un orrore che sembrava giustificare il nome dato in codice al bombardamento di Amburgo: operazione Gomorra.
Le bombe incendiarie potevano essere caricate a benzina, oppure a termite, un composto di ossido di ferro e alluminio granulare, in grado di sviluppare un calore che fonde il ferro, o infine di fosforo o di fosgene.
Lo sviluppo della tempesta di fuoco colse di sorpresa americani e britannici, ma quando ne fu chiara la meccanica Sir Harris, il già citato comandante del Bomber Command non si pose eccessivi problemi. Da tempo sosteneva la necessità di portare la maggior distruzione possibile sul suolo tedesco, per fiaccare la resistenza del popolo tedesco, oltre che per distruggere fabbriche ed impianti militari, e quindi il risultato della tempesta di fuoco fu per lui solo positivo. Il capolavoro di ipocrisia di questo alto ufficiale fu una dichiarazione secondo la quale egli riconosceva e rispettava l’unica convenzione internazionale in tema di guerra aerea, ossia quella stipulata dopo la Grande Guerra, che vietava il lancio di ordigni a gas da aerei e dirigibili. In effetti su Amburgo non fu lanciato alcun gas tossico: che bisogno ce ne sarebbe stato, lanciando già migliaia di tonnellate di esplosivi e di spezzoni incendiari?
Torniamo ora nel 1945; era il settimo anno in cui l’Europa era in guerra. Il mostro nazista era ormai vacillante, e leggevamo sopra la profezia del ministro tedesco Speer, che escludeva qualsiasi possibilità di vittoria e si limitava a calcolare il tempo che restava alla Germania prima di soccombere. Nel giugno dell’anno precedente la più grande operazione militare della Storia aveva visto gli alleati prender terra in Normandia e da lì iniziare a smantellare le resistenze della fortezza Europa. Da Est intanto le armate sovietiche andavano guadagnando terreno ed erano a soli centosessanta chilometri dal centro della Germania. Questo soprattutto terrorizzava le popolazioni tedesche, consce dei sentimenti dei russi che avevano sperimentato i comportamenti delle SS in territorio sovietico ed ora avanzavano in territorio tedesco con una sinistra scritta in cirillico sui carri armati: Vendetta!
In questo quadro di sfacelo generale la Germania mostrava però ancora doti di resistenza incredibile. Nel gennaio 1945 Goring riuscì ancora ad organizzare l’operazione Grande Colpo, che distrusse 196 aerei anglo-americani e ne danneggiò circa 400. bombardando campi di aviazione ormai stabilmente occupati dalla RAF e dall’ USAAF in Francia, Belgio e Olanda. All’operazione parteciparono 800 aerei tedeschi, caccia Messerschmitt 109 e Focke Wulf 190, oltre a qualche caccia a reazione. Erano canti del cigno, come un canto del cigno fu anche la controffensiva terrestre condotta dal generale von Rundstedt. Ma erano comunque fatti d’armi che davano la sensazione agli alleati di una guerra senza fine, dal finale scontato, ma che rischiava di essere ancora troppo lontano.
In questo clima Dresda viveva in una specie di limbo. Non era mai stata toccata seriamente dalla guerra, sia per la posizione geografica sia perché non aveva né industrie né impianti militari rilevanti. Un solo bombardamento, nell’ottobre dell’anno precedente, aveva causato poco più di 400 morti, una cifra quasi irrisoria nella tragica contabilità bellica.
Nonostante l’affollamento di profughi di cui dicevamo, Dresda riusciva ad avere quantità di cibo abbastanza soddisfacenti. E molti profughi si dirigevano verso quella città proprio perché era ormai convinzione generale che fosse il posto più tranquillo in cui attendere la fine della guerra, nella speranza di veder arrivare gli americani, o gli inglesi, o i canadesi, o gli australiani, o chiunque fosse, prima dei temutissimi soldati sovietici. Circolava addirittura la voce, del tutto priva di fondamento ma tanto bella da poterla credere vera, di un accordo segreto tra la RAF e la Luftwaffe: gli inglesi si impegnavano a non bombardare Dresda, e i tedeschi si impegnavano allo stesso modo per Oxford.
Del resto l’aviazione alleata continuava a martellare la Germania, nella quale ormai 45 delle principali città erano praticamente distrutte, ma lo faceva con una certa logica militare.
Dopo la prima fase delle incursioni vengono organizzate altre operazioni per colpire le fabbriche di carburanti sintetici e le reti di trasporti. Gli obbiettivi principali del gennaio 1945 furono le raffinerie di Dortmund, il centro ferroviario di Vohwinkel, le industrie di Norimberga e Hannover.
A Dresda si poteva stare tranquilli, anche perché gli americani, più sensibili degli inglesi a considerazioni umanitarie non avrebbero mai accettato la distruzione di una città d’arte amata in tutto il mondo. Come l’accordo segreto tra RAF e Luftwafe, anche questa era una voce tanto infondata quanto bella da credere…
A Dresda si poteva quindi anche festeggiare il carnevale. Il 13 febbraio 1945 era martedì grasso, e la sera il Circo Sarassini aveva dato uno spettacolo speciale, al quale erano intervenuti anche tantissimi bambini, nei loro costumi carnevaleschi.
Purtroppo gli abitanti di Dresda non potevano sapere che il tempo delle considerazioni umanitarie, ma anche di quelle logiche, era passato. Diversi fattori concomitanti portarono al bombardamento della città capitale della Sassonia.
La resistenza della Germania, che aveva dell’incredibile, unita alla lunghissima durata della guerra, aveva di certo ormai portato ad una nausea psicologica anche i militari e i politici più ligi alle regole minime da rispettare anche in guerra. Ogni atto poteva essere buono per abbreviare la guerra, anche di un solo giorno. Crediamo sia legittimo affermare che lunghi anni a contatto continuo con morte e distruzione possano offuscare anche le menti più lucide. E infatti fin dall’estate dell’anno precedente RAF e USAAF avevano elaborato il piano Thunderclap (colpo di tuono), il cui scopo dichiarato era quello di portare il massimo del caos in Germania, con bombardamenti indiscriminati sulle città, in particolare approfittando dei problemi che già avevano le autorità tedesche per controllare le fiumane di profughi da Est, creando nuovi e irresolubili problemi di approvvigionamento e di ordine pubblico.
A questa visione distruttiva, sulla quale senza dubbio giocava il desiderio ormai incontrollabile di farla finita, si aggiungeva un’esigenza di cinica politica di potenza tra alleati. Inglesi e americani erano uniti in una innaturale alleanza con i sovietici, e la diffidenza reciproca si palesava sempre di più, ora che l’Armata Rossa avanzava sul territorio del Reich. I Russi dovevano vedere, bene e senza equivoci, quale fosse la potenza militare occidentale: quello che oggi poteva toccare a Berlino o a Dresda, domani poteva toccare a Mosca. Del resto i sovietici avevano già manifestato la loro contrarietà agli attacchi aerei su quelle zone della Germania che consideravano un loro territorio di caccia, e che sarebbero infatti, dopo la guerra, divenute la Repubblica Democratica Tedesca.
In questo dialogo insensato tra nemici che erano alleati solo perché c’era un nemico comune da distruggere, i cittadini di Dresda avrebbero presto pagato un conto che non era di loro competenza, vittime di cinismo e di quella malattia, lo ribadiamo, che aveva preso ormai gli alleati, anch’essi contagiati, al pari dei tedeschi, da una troppo lunga consuetudine con la morte e la distruzione.
E l’avallo alla politica del massacro fu data dallo stesso primo ministro inglese Churchill, in una nota scritta al ministro per l’Aviazione, Sir Archibald Sinclair. Gli americani furono presto contagiati da questo clima, e l’Ottava Armata Aerea americana bombardò a tappeto Berlino il 3 febbraio: 937 fortezze volanti, scortate da 613 caccia, causarono 25.000 morti in una città dove c’era da stupirsi che ci fossero ancora dei vivi da uccidere.
Alle ore 22.08 di martedì grasso (13 febbraio 1945) le sirene di allarme aereo vennero a interrompere i clown che si stavano esibendo nel carosello finale allo spettacolo carnevalesco del Circo Sarassini. Gli spettatori si allontanarono in ordine e quasi svogliatamente: era così ferma la convinzione che Dresda fosse esente da pericoli, che tutti credevano ad un eccesso di zelo dei funzionari del partito incaricati della protezione della città. Del resto, non c’era praticamente contraerea a Dresda; gli ultimi cannoni da 88, il miglior pezzo di artiglieria tedesco, erano stati trasferiti da diverse settimane a est, per essere usati in funzione controcarro contro l’armata sovietica.
Ma non era un eccesso di zelo. Due soli minuti dopo il cielo incominciava ad affollarsi: i primi quadrimotori Lancaster dell’83° squadriglia inglese lasciavano cadere grappoli di bengala che illuminavano a giorno la città, poi seguirono pochi Mosquitos, agili cacciabombardieri il cui compito era quello di individuare con bombe segnaletiche rosse l’epicentro del bombardamento, lo stadio sportivo. I Mosquitos fecero egregiamente il loro compito: nel centro esatto dello stadio si levava ora una luminosissima colonna rossa. I bombardieri avevano il loro bersaglio.
Dalle 22.13 alle 22.30 i Lancaster scaricano sulla città le terribili bombe dirompenti da 1.800 e 3.600 libbre. Poi si allontanano in direzione di Strasburgo, volando bassi per sfuggire ai radar tedeschi. I soccorsi iniziano ad affluire dalle città vicine, mentre gli abitanti escono lentamente dai rifugi. Erano quello che attendevano gli alleati: far uscire la gente, far arrivare i soccorsi, e tornare a colpire.
La “Tecnica del massacro”.
Ore 1.28 del 14 febbraio. La seconda ondata arriva, indisturbata come la prima. Altri 529 Lancaster portano nelle stive 650.000 bombe: per lo più sono tutti ordigni incendiari. E’ l’inizio dell’inferno. Bombardando a destra e a sinistra delle zone già colpite dal primo attacco gli inglesi riescono a provocare la tempesta di fuoco. Dalle case già sventrate dalle bombe dirompenti viene aspirato ogni oggetto e ogni persona che si trovi nel primo chilometro dall’immane incendio. Si ripete Amburgo, ma questa volta scientificamente e con effetti enormemente superiori. Il vento a 300 km/ora trascina nella fornace ogni cosa, persona, animale. Persino vagoni ferroviari, distanti più di tre chilometri, vengono rovesciati. Il pilota di un Lancaster rimasto indietro racconterà: “C’era un mare di fuoco che secondo i miei calcoli copriva almeno un centinaio di chilometri quadrati. Il calore era tale che si sentiva fin nella carlinga; eravamo come soggiogati di fronte al terrificante incendio, pensando all’orrore che c’era là sotto… ”
Chi non ha il coraggio di uscire dai rifugi dopo il primo attacco, non per questo si salva. Molti faranno la fine dei topi, soffocati nei rifugi, privi di ossigeno, divorati dall’immane rogo.
Nell’anno precedente nei rifugi antiaerei di Dresda era stata presa la precauzione di rendere abbattibile le pareti tra rifugio e rifugio, in modo da poter facilmente creare una sorta di galleria sotterranea, che permettesse una via di fuga se lo stabile sopra il rifugio in cui ci si trovava era crollato. Questa precauzione sarebbe stata efficace con un bombardamento ordinario, ma all’inferno di fuoco scatenato su Dresda non era opponibile nulla, se non il trovarsi a una distanza sufficiente per non essere trascinato dal vento e divorato dalle fiamme, o per non morire asfissiato per mancanza di ossigeno.
Il bagliore della colonna di fuoco di Dresda era visibile a oltre trecento chilometri.
All’alba del 14 febbraio finalmente la tempesta di fuoco andava acquietandosi, mentre una colonna di fumo alta oltre cinque chilometri sovrastava la città. I sopravvissuti iniziavano ad aggirarsi inebetiti, ma il martirio non era ancora finito. Gli americani non potevano essere da meno degli inglesi: alle ore 12 di quel giorno 311 Fortezze Volanti B17 si presentarono nel cielo di Dresda, sganciando altre 771 tonnellate di bombe. Il nodo ferroviario era l’obiettivo ufficiale, ma di fatto il bombardamento fu eseguito a casaccio e causò pochi danni, perché ormai era rimasto poco da distruggere.
In totale su Dresda erano state sganciate 2.702 tonnellate di bombe. Un quantitativo non enorme, se confrontato con quello lanciato su altre città tedesche. Ma la preferenza data alle bombe incendiarie, che rappresentarono circa il 70% degli ordigni lanciati, causò la più spaventosa tragedia della guerra: i morti accertati furono 135.000, ma il conto più accreditato fa salire a circa 200.000 il numero delle vittime. Bisogna tener conto del fatto che non era possibile alcuna opera di identificazione per le vittime di molti rifugi antiaerei che, per ragioni igieniche, vennero spianati con le ruspe e ricoperti di calce e cemento, così come non fu possibile accertare il numero preciso delle vittime aspirate dalla tempesta di fuoco nella zona centrale dell’incendio, perché di loro non restò assolutamente nulla. Nella zona intermedia, dove la temperatura aveva raggiunto i livelli da forno (200 – 300 gradi) molti corpi si erano fusi con l’asfalto delle strade. Dresda era anche sovrappopolata per il grande afflusso di profughi, moltissimi dei quali non ancora censiti.
Gli incendi proseguirono per altri cinque giorni, poi si spensero da soli. Non esisteva la possibilità di fare alcuna opera di spegnimento, essendo distrutte le reti idriche e quelle elettriche.
Per tre giorni le autorità chiusero il centro di Dresda e bruciarono i cadaveri che ancora non erano stati sepolti o interrati con calce e cemento. Il rischio di epidemie era troppo grande per dare spazio alla pietà per i defunti.
Questo fu Dresda: un orribile massacro, che non trovò alcuna giustificazione dal punto di vista militare. Fu il macabro record di disumanità, non eguagliato neanche dai bombardamenti atomici sul Giappone, che causarono “solo” 150.000 morti.
Con la follia nazista il mondo conobbe senza dubbio le mostruosità più atroci, e tutt’oggi ci interroghiamo per capire, se mai lo capiremo, fino a quali abissi può arrivare l’uomo.
Ma se l’abisso della crudeltà ci spaventa, non meno quello dell’ipocrisia ci lascia sgomenti.
Quando nell’ottobre del 46 la Corte Internazionale di Norimberga giudicò i caporioni nazisti colpevoli di crimini contro l’umanità, su quei giudici aleggiavano dei fantasmi: Erano le centinaia di migliaia di morti innocenti, che chiedevano una Giustizia che, evidentemente, non è di questo mondo.
Sven Hassel era un danese che si arruolò volontario nella Wehrmacht da ragazzo e poi si ritrovò in un battaglione di disciplina perchè aveva commesso la stupidaggine di disertare. E da lì partono i racconti dei suoi libri: le avventure di un gruppo di disperati inseriti in questi battaglioni votati al massacro in quanto i reietti dell’esercito. Personaggi tipo Fratellino, Porta, il Legionario e tanti altri.

Sven Hassel lo conosco molto bene, è vero che non è certo un autore di grande spessore e forse chi ha scritto l’articolo lo ha sopravvalutato.
Ho letto quasi tutti i libri di Hassel, anzi tutti penso e questo potrebbe essere un record, visto il livello dell’autore. Del resto ho letto anche tutto Pirandello..giusto per risollevare il morale.
E nell’articolo mi pare che si renda bene l’idea di cosa sia stato il bombardamento di Dresda. Oh…non sono io Paolo Deotto
Lo so, lui scrive meglio
Questo è vero…

Si vede che lo pagano..
Perchè a te no?
Mi piace questo blog, scoperto grazie alla tua risposta sul concetto di moderazione/chiusura (o mascherata censura?) nel blog di Lame.
E di questi tempi e dopo 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino e dalla nascita di nuovi muri (come ha scritto Slavoj Zizek sull’ultimo numero di ‘Internazionale’), il tuo blog mi sembra un bel esempio di dialogo e di apertura dialettica verso gli altri e contro tutti i muri e i ‘ghetti’ mediatici.
Bravo!
http://www.youtube.com/watch?v=mOI_T6J6hUg
@luciano61
beh grazie, faccio del mio meglio per evitare il peggio…
@ken
video notevole, è bello sapere che in youtube non si trovano solo i video con le tette (piccole tra l’altro..) di Paris Hilton.
Non condivido molto l’accostamento con l’Olocausto perchè non mi sembrano la stessa cosa. Di sicuro in quel periodo non era semplice vivere.