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 dicembre 5, 2008  Posted by at 6:24 pm Riflessioni Tagged with: , ,  No Responses »

Tra qualche giorno è Natale.  Forse sarebbe meglio dire che tra qualche giorno sarà il 25 dicembre e che casualmente ci sarà anche il Natale.

Per “Natale” intendo quello vero che c’era un pò di tempo fa, quando ero bimbo. Com’era? Era così.

Il Natale cominciava circa una quarantina di giorni prima. Mi ricordo che da piccolo c’era l’usanza di fare o comprare una specie di calendario.  Ricordo che dovrebbe essere legato all’Avvento ma non ho voglia di ricorrere a wikipwndia o google, chi ha voglia se vada a cercare.

Ad ogni modo questo “calendario” l’ho ritrovato anche nella tradizione natalizia tedesca quando fui ospite presso amici. In pratica era un cartellone con tante finestrelle ed ogni finestrella rappresentava un giorno ed ogni giorno ne veniva aperta una, più difficile spiegarlo che farlo..

Sotto la finestrella c’era un angioletto od una stella o qualcosa di simile. Si potevano acquistare oppure si potevano fare a casa, nel mio caso era questa la soluzione. Il lavoro di preparazione era la parte più bella. Ora non mi ricordo come cavolo facevo di preciso (anche perchè c’era l’aiuto prezioso e decisivo di mia madre) ma il risultato era bello e non vedevo l’ora ogni mattina appena sveglio di aprire una finestrella; ogni apertura era un giorno più vicino Natale.

Una volta, quando ero più grandicello, vidi una cosa così con una variante favolosa; quando si aprivano le finestrelle si trovano dei cioccolatini al posto degli angioletti. L’avessi avuta da piccolo…

Poi c’era la preparazione dell’albero e del presepio. Albero o presepio erano come Bartali o Coppi, dividevano l’Italia in fazioni bellicose. Io, per non sbilanciarmi, facevo sia uno che l’altro ed ero contentissimo della scelta.

L’albero era meno complesso da fare ma richiedeva uno studio accurato delle luci (mica avevo le migliaia di luci cinesi che ci sono oggi..) e del posizionamento dei “pezzi” migliori per poterli evidenziare. Ricordo una boccia speciale, era di vetro soffiato, blu cobalto con un’inserzione cromata che ne faceva risaltare la bellezza. Era la mia preferita ed era sempre l’ultima a trovare posto. Anche la punta era importante, era il culmine e doveva splendere di una luce tutta sua.

Il presepe era molto più complesso e laborioso, talvolta prendeva giorni interi. Chiaro, se volevi farlo bene. Io avevo la fortuna di poter trovare senza problemi il muschio, cosa che in città era molto più difficile.  Il muschio fresco garantiva una bellezza in più al presepe. Negli ultimi presepi che ho fatto, avevo anche inserito un piccolo fiume ed era bellissimo. Anche qui avevo un pezzo preferito, era l’asinello. Non era niente di particolare, aveva anche uno zoccolo rotto ma a me piaceva e non so perchè.

Quando l’albero era pronto, il presepe pure e si apriva l’ultima finestrella…era Natale.

Ed ora i regali!!

Insomma, non era proprio così. I regali di una volta non erano propriamente i regali di adesso. Devo dire che non mi è mai mancato nulla ma non avevo certo tonnellate di giochi. Forse è stato anche un bene perchè così giocavo fuori casa. Uno dei regali più belli che ricordo ed ero molto ma molto piccolo è una macchinina a pedali rossa. La mia ferrari personale. Avrò avuto quattro o cinque anni ma è stato il gioco con cui ho passato più tempo penso.

Questo è il Natale che ricordo con più piacere. Con il tempo il Natale è cambiato e parecchio. Sono diventato grande e non ho più fatto il presepe, l’albero qualche volta ma il più delle volte lo faceva mia madre. Ovviamente di calendario non se ne parla proprio. I regali sono diventati la parte più importante, forse l’unica.

Ed è cominciato ad essere stressante.

Sì, a Natale spesso mi stresso. Corri di qui, vai di là, compra questo, compra quello. Il regalo per tizio, caio..sempronio.. tito…e qualsiasi testa di cazzo che per un particolare motivo ho avuto a che fare per lavoro o altro. Gli amici, le amiche, i parenti e tutti gli altri. A questa ricerca del regalo si è ridotto il mio Natale.  Anzi, si ERA ridotto, da un pò di tempo ho smesso di fare regali e prego tutti quelli che conosco di non farmene.

Non ho bisogno che qualcuno mi regali una cravatta orribile od un libro che non leggerò mai. Se ho bisogno una cravatta, entro in un negozio anche ad aprile e la compero. Se ho voglia di leggere un libro lo compero anche ad agosto. Non è necessario che tutte queste utilissime cose mi arrivino a dicembre.

Così tutti quelli che mi conoscono oramai lo sanno ed evitano di farmi regali ed io evito di farli a loro con buona pace dei negozianti. Da quando faccio così, sto meglio, mi godo un pò di più il periodo natalizio, però mi chiedo sempre se ha ancora un senso il Natale.

Sono diventato troppo sofistico..dovrei prendere le cose come vengono e farmi meno domande. Devo essere più ottimista, forse dovrei andare all’Unieuro…”l’ottimismo è il profumo della vita”.

set 302008
 
 settembre 30, 2008  Posted by at 11:36 am Le quattro stagioni Tagged with: , , , ,  5 Responses »

Era un freddo dicembre del 1991 eppure la gente girava per le strade mangiando gelati a volontà, anche due o tre per volta. La prima volta che ho visto una cosa del genere sono rimasto di sasso; mi avevano detto un mucchio di cose ma questa era una novità. Poi la gentile interprete mi disse che era un modo come un altro per mangiare; il potere calorico del gelato era un valido aiuto alla dieta base dei moscoviti e dei russi in generale, il fatto che fosse dicembre poco importava ad un popolo abituato a temperature rigide e poi la consistenza del gelato russa era diversa.

Poco convinto mi spronò a fare una prova e aveva ragione; consistenza diversa, gusto ottimo e molto pastoso, un buon dessert che potevi effettivamente mangiare anche mentre cadeva la neve. Al noiosissimo pranzo di circostanza la vidi.

Alta, capelli leggermente ramati, un viso dolcissimo ma ben delineato e forte. Quando sento parlare delle donne russe la maggior parte delle volte viene fuori la parola “contadinotte”. Può darsi, il clima e il duro lavoro hanno segnato i volti delle maggior parti delle donne ma accanto a loro puoi trovare dei visi di una bellezza sconvolgente che ti lascia senza fiato.

Più di una volta mi son fermato a guardare bambini per strada che erano la personificazione dei putti di Giotto o Michelangelo. Natasha, apparteneva a questa seconda categoria di donne, se fossero stati furbi in quel momento avrei firmato qualsiasi cosa pur di andare via da solo con lei. Finalmente riesco a parlarle, buon inglese studiato all’università, meglio del mio.

Mi sgancio dall’interprete e le chiedo di accompagnarmi in giro per la città, scusa banale ma sempre efficace.Con sorpresa accetta e iniziamo a girare per una Mosca ancora segnata dal tentativo di golpe. La facciata della white house moscovita, il parlamento, porta ancora i segni delle cannonate dei tanks. Il freddo è terribile quando arriviamo alla via Arbat ma all’improvviso tutto passa.

Con lei a fianco entro in un mondo nuovo ed antico allo stesso momento. Bancarelle con tutto il possibile e l’impossibile; orologi russi a fianco di stupendi servizi di porcellana, preziosa ambra baltica insieme a fini avorii intarsiati. Paccottiglia infinita del passato regime, foto di Lenin, Stalin e di chiunque altro abbia avuto una qualche carica, busti di ferro o gesso o come tu lo voglia.Bandiere rosse, americane, i primi punk, cambiavalute abusivi che cambiano un dollaro a 55 rubli mentre il cambio ufficiale è fermo a 2,80 se non ricordo male.

In mezzo a quest’umanità, Natasha che con calma e un dolce sorriso mi accompagna e mi guida tra una bancarella e l’altra. Chiede prezzi, mi consiglia cosa prendere e cosa tralasciare. Non si accorge che non sto guardando le bancarelle ma lei e solo lei; il leggero nevischio che cade le ricopre i ciuffi di capelli che fuoriescono dal suo colbacco, sarà il freddo o sarò io ma i suoi occhi brillano di una luce speciale.

Dopo un po’ andiamo in una traversa dell’Arbat dove girando un po’ a destra e un po’ a sinistra, troviamo finalmente un piccolo caffè in una vecchia cantina che il nuovo spirito pseudo capitalista ha fatto sorgere. Il “chai” tè russo servito nel classico bicchierone di vetro mi scalda come non mai o forse il fatto di essere lì con lei mi basta e avanza.

Resto a Mosca per altri cinque giorni. Natasha non l’ho conosciuta come escort, l’ho conosciuta in maniera diversa. E mi ha fatto conoscere in maniera diversa un grande Paese.

Luglio 1996 sono tornato a Mosca per l’ultima volta.

Il vecchio Inturist vicino alla Piazza Rossa è un residuato bellico confronto ai nuovi alberghi. Per le strade le mercedes e bmw dei nuovi ricchi sfrecciano in mezzo alle lada. Passo dall’Arbat e un’infinita tristezza mi colpisce appena vedo una bella insegna “Pizzeria Bella Italia”. Forse sono gli stessi italiani mafiosi che incontrai nel night del “Pribaltiskaja” a San Pietroburgo nel 1992 e che discutevano amabilmente di cosa “importare” ed “esportare” fiduciosi del fatto che il napoletano non è lingua di facile accesso se non si hanno amici napoletani.

Dove c’era un fantastico negozietto di antichità, ora c’è uno stupido negozio di vestiti. Per strada non mi fermo più ad osservare i bambini; alla sera vedo solo ragazzine che aspettano lungo la strada. Il progresso non può essere fermato; forse…. ma in alcuni casi dovrebbe essere fermato.

Non ho più rivisto Natasha; non ho mai voluto rivederla, forse ho fatto bene o forse ho fatto male,di certo questa storia mi rimarrà dentro e sarà sempre uno degli innumerevoli incroci che ho dovuto affrontare nella vita e dove il mio destino è cambiato a seconda di quale strada ho preso.

Con affetto Bibi

P.S. Stanotte a mosca ha nevicato e fa freddo.

PP.SS. Ho deciso di riprendere le quattro stagioni. “Racconto d’inverno” è una cosa scritta tanto tempo fa e pubblicata in un forum e che ho riportato integralmente; anche gli altri racconti sono oramai già stati scritti ma non è detto che non farò integrazioni.

Una nota a margine del già inserito ”Racconto d’autunno”: è un racconto che va interpretato localizzandolo nel forum dove è stato proposto ed avendo una minima esperienza del vissuto raccontato.